Due voci sul mar Nero: Luca Desiato alla (ri)scoperta dell’esilio ovidiano
Le elegie dei Tristia e delle Epistulae ex Ponto rappresentano, ancora oggi, un riferimento imprescindibile per quanti vogliano indagare l’esperienza esilica in tutte le sue sfaccettature e in tutta la sua complessità. Non a caso, numerosi autori della contemporaneità hanno guardato alla poesia tomitana dell’ultimo Ovidio come a un vero e proprio paradigma per le scritture da e sull’esilio di ogni tempo. Nei quarantaquattro capitoli in cui articola il romanzo Sulle rive del Mar Nero (1992), Luca Desiato “scompone” l’animo umano toccato dalla sorte dell’esilio, un esilio che si presenta come condanna soprattutto interiore. Il protagonista, uno scrittore che vive l’ultimo corso della sua esistenza nella Roma borghese degli anni Novanta, alterna la propria voce a quella del poeta romano, condannato da Augusto nell’8 d.C. alla relegatio perpetua. Saverio rappresenta, in primis, un esule dell’esistenza, un prigioniero del tempo ultimo che sta vivendo, un tempo estremo, come le terre del Ponto Eusino.