scholarly journals RUOLO DEL DIGIUNO E DELLA RESTRIZIONE CALORICA NELLA TERAPIA DEL DIABETE TIPO 2

il Diabete ◽  
2018 ◽  
Vol 30 (N. 4, dicembre 2018) ◽  
Author(s):  
Iolanda Cioffi ◽  
Valentina Ponzo ◽  
Simona Bo

L’incremento epidemico del diabete mellito di tipo 2 (DMT2) è strettamente correlato con l’aumento dell’obesità a livello mondiale (1). È noto che una riduzione modesta del peso corporeo compresa tra il 5% ed il 10% può migliorare il compenso glicemico o prevenire l’insorgenza del DMT2 (2-3). L’intervento dietetico è universalmente considerato il caposaldo nella prevenzione, gestione e trattamento della patologia e delle complicanze ad esso associate (4). Attualmente c’è un crescente interesse verso i regimi dietetici basati sull’intermittenza di digiuno o di restrizioni caloriche estreme (5-6). Tuttavia, vi è anche una certa confusione in merito alla definizione di restrizione energetica intermittente. È ipotizzabile che alcune delle modificazioni che si verificano durante il digiuno protratto possano essere benefiche per i pazienti affetti da DMT2 (per es. la riduzione dell’insulino-resistenza, l’aumento della lipolisi, l’utilizzo preferenziale dei corpi chetonici a livello cerebrale, la conseguente riduzione della neoglucogenesi, la perdita di massa grassa), ma non è chiaro in quale misura questi meccanismi operino realmente negli attuali regimi di digiuno studiati. Complessivamente, nei soggetti sani, l’effetto di restrizioni caloriche intermittenti sul peso corporeo e sul profilo cardio-metabolico sembra essere comparabile alla restrizione calorica continua. I dati sui pazienti affetti da DMT2 sono ad oggi pochi e spesso contrastanti (7-8). In questa rassegna, analizzeremo le evidenze ad oggi presenti in letteratura sull’effetto del digiuno e/o delle restrizioni caloriche intermittenti per la prevenzione ed il trattamento del DMT2.

2018 ◽  
Vol 6 (1) ◽  
pp. 1
Author(s):  
Guest Editors: L. Magnani ◽  
G. Beltramello ◽  
D. Brancato ◽  
A. Fontanella ◽  
R. Nardi

L’internista deve occuparsi (e rioccuparsi) del paziente diabetico complesso in OspedaleA. Fontanella, L. MagnaniDiagnosi, classificazione, epidemiologia clinica del diabete mellitoV. Provenzano, D. BrancatoUp-date degli studi disponibiliP. Gnerre, T.M. Attardo, A. Maffettone, G. BeltramelloIl diabete mellito costituisce ancora un equivalente di rischio cardiovascolare?G. Augello, T.M. AttardoLe terapie del diabete tipo 2 sono tutte uguali ai fini della riduzione della morbilità e mortalità cardiovascolare?V. ProvenzanoLe nuove tecnologie nella cura del diabete mellitoD. Brancato, V. ProvenzanoInsuline prandiali e insuline basaliR. PastorelliQuali target nel diabete mellito: il dogma dell’emoglobina glicata è davvero imprescindibile?V. ManicardiIl controllo dell’iperglicemia nel paziente anziano polipatologico: è sempre necessario iniziare l’insulina?G. Gulli, M. NizzoliLa nefropatia diabeticaF. Salvati, D. Manfellotto, M. StornelloCirrosi epatica e diabeteM. Imparato, L. FontanellaLa terapia personalizzata nel diabete di tipo 2A. Maffettone, C. Peirce, M. RinaldiLa gestione dell’iperglicemia nel paziente critico e instabileC. NozzoliLa disfunzione erettile nel paziente diabetico di tipo 2N. Artom, A. Bosio, G. PinnaQuali obiettivi di approccio integrato nella gestione del diabete mellito?E. Romboli, D. PanuccioIperglicemia, normoglicemia ed ipoglicemia nei pazienti anziani fragili: situazioni a rischio, politerapia e comorbilitàA. Greco, M. Greco, D. Sancarlo, F. Addante, G. D’Onofrio, D. Antonacci, S. De CosmoL’impatto clinico-prognostico dell’ipoglicemia nel paziente ospedalizzatoV. Borzì, L. Morbidoni, A. FontanellaL’internista chiamato in consulenza per un diabete gestazionale: quale approccio pragmatico?P. Novati, L. SaliLa frugalità nella gestione del diabete mellito: qualità assistenziale, governo clinico e costi correlatiP. Gnerre, G. Carta, D. MontemurroLa gestione dell’iperglicemia in area medica, ma senza esagerare.L. Magnani, G. BeltramelloAPPENDICE IUn approccio pragmatico per la valutazione globale e la gestione del paziente diabeticoF. Pieralli, A. Crociani, C. BazziniAPPENDICE IILe insuline e i farmaci ipoglicemizzanti orali disponibiliP. Zuccheri, L. Alberghini, E. SoraAPPENDICE IIILe scale di correzione insulinica: pro e controV. Borzì


2017 ◽  
Vol 40 (2) ◽  
Author(s):  
Maira Lúcia Bobek ◽  
Vanessa Adelina Casali Bandeira ◽  
Ritiele Heck ◽  
Camila Ely Girardi ◽  
Janaína Barden Schallemberger ◽  
...  

O monitoramento dos fatores de risco e o uso de medicamentos em diabéticos tipo 2 vem sendo analisado devido ao crescimento da doença. O presente estudo teve como objetivo identificar o perfil de medicamentos usados por diabéticos tipo 2 e a prevalência de fatores de risco associados à doença. Para tanto, realizou-se um estudo transversal, descritivo e analítico, por meio de entrevistas com diabéticos participantes de grupos de convivência em Estratégias Saúde da Família de três municípios do estado do Rio Grande do Sul, buscando a identificação de características socioeconômicas, condições de saúde, hábitos de vida, uso de medicamento e medida da pressão arterial, glicemia capilar e avaliação antropométrica. A amostragem foi de 141 usuários, com idade média de 68±11,22 anos, predomínio do sexo feminino e renda de um a dois salários mínimos. Os fatores de risco mais encontrados foram: sobrepeso, hipertensão e hereditariedade. Em relação ao uso de medicamentos, a média por entrevistado foi de 4,29 e 96,5% retiram seus medicamentos em serviços públicos de saúde. Assim, concluiu-se que a educação em saúde, por meio de atendimentos individuais ou de grupos, auxilia na efetividade do tratamento do diabete tipo 2, pois promove mudanças de estilo de vida, conhecimento da doença e das medidas terapêuticas adequadas ao cotidiano paciente, o que pode favorecer sua autonomia e a capacidade de cuidar de si. Palavras-chave: Diabetes mellitus tipo 2. Estratégia de saúde da família. Fatores de risco. Uso de medicamentos.


2021 ◽  
Author(s):  
Marianna Martino ◽  
Giorgio Arnaldi

SommarioL’ipercortisolismo funzionale rappresenta una condizione di attivazione cronica dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene che si verifica in condizioni cliniche eterogenee (depressione e altri disordini psichici, disturbi del comportamento alimentare, diabete mellito, obesità, alcolismo, sindrome dell’ovaio policistico, sindrome delle apnee ostruttive notturne, lavoro a turni). Solitamente è un ipercortisolismo di lieve entità e reversibile alla remissione della condizione sottostante. Deve essere distinto dalla Sindrome di Cushing con la quale, però, condivide manifestazioni cliniche, alterazioni biochimiche e problematiche di diagnostica differenziale. Si può ipotizzare che l’ipercortisolismo funzionale abbia comunque un’azione deleteria tessuto-specifica. In questa rassegna verranno illustrati sinteticamente meccanismi ed effetti nocivi dell’ipercortisolismo funzionale.


1998 ◽  
Vol 10 (3) ◽  
pp. 18-21
Author(s):  
L. Di Maria ◽  
L. Moscarelli ◽  
M. Zanazzi ◽  
A. Rosati ◽  
E. Bertoni ◽  
...  

2015 ◽  
Vol 3 (1) ◽  
pp. 309
Author(s):  
Guest Editors: M. Campanini ◽  
R. Nardi ◽  
G. Pinna

<img src="/public/site/images/pgranata/intro.jpg" alt="" /><br /><p class="titolo"><strong><em>Position paper </em>FADOI (Federazione delle Associazioni dei Dirigenti </strong><strong>Ospedalieri Internisti) sulla prevenzione cardiovascolare </strong><strong>nei pazienti complessi a rischi</strong><strong>o</strong>     309<br /><em>M. Campanini, G. Pinna, R. Nardi</em></p><img src="/public/site/images/pgranata/rass.jpg" alt="" /><br /><p class="titolo"><strong>La patogenesi dell’aterosclerosi</strong>     319<br /><em>C. Nardin, M. Rattazzi, P. Pauletto</em></p><p class="titolo"><strong>La prevenzione secondaria nella cardiopatia ischemic</strong><strong>a</strong>     328<br /><em>D. Panuccio, P. Verdecchia</em></p><p class="titolo"><strong>La prevenzione cardiovascolare nello scompenso cardiaco</strong>     339<br /><em>R. Cavaliere, F. Gallucci, G. Mathieu</em></p><p class="titolo"><strong>Prevenzione secondaria degli eventi cerebrovascolari </strong><strong>aterotrombotici</strong>     356<br /><em>M. Paciaroni, R. Frediani, M. Stornello, G. Agnelli</em></p><p class="titolo"><strong>Prevenzione cardiovascolare secondaria e nefropatia</strong>     364<br /><em>D. Manfellotto, G. Vescovo</em></p><p class="titolo"><strong>Arteriopatia obliterante periferica cronica degli arti inferiori</strong>     371<br /><em>F. Dentali, A. Mazzone</em></p><p class="titolo"><strong>La prevenzione cardiovascolare secondaria nel paziente </strong><strong>con diabete mellito</strong>     379<br /><em>G. Augello, L. Magnani</em></p>


1970 ◽  
Vol 7-7 (1) ◽  
pp. 457-470 ◽  
Author(s):  
Sergio Marigo
Keyword(s):  

1969 ◽  
Vol 6 (1) ◽  
pp. 241-246 ◽  
Author(s):  
Sergio Marigo ◽  
Giovanni Nevo ◽  
Pier Paolo Bini
Keyword(s):  

2021 ◽  
Vol 29 (1) ◽  
pp. 16-22
Author(s):  
Jacopo Lomi ◽  
Alessio Montereggi ◽  
Alessio Mattesini ◽  
Giorgio Baldereschi ◽  
Marco Ciardetti ◽  
...  

Introduzione. L’ipertensione arteriosa resistente è correlata ad un alto rischio di eventi cardiovascolari maggiori (MACE), e non tutti i pazienti sono in grado di tollerare le terapie, o di ottenere una risposta adeguata a causa di una risposta incompleta ai farmaci o di una ridotta aderenza alla terapia. La denervazione renale transcatetere è un trattamento non farmacologico che potrebbe migliorare il controllo dell’ipertensione resistente. Ad oggi la sua applicazione clinica è limitata dai risultati contrastanti degli studi eseguiti per verificarne l’efficacia. Scopo. Questo studio si pone l’obiettivo di analizzare l’efficacia a lungo termine della denervazione renale transcatetere nel trattamento dell’ipertensione arteriosa (IA) resistente. Si sono ricercati inoltre criteri preoperatori predittivi di efficacia della procedura, confrontando vari sottogruppi di pazienti, e considerando le diverse tecniche esecutive (cateteri unipolari, cateteri multipolari o a palloncino). Metodi e risultati. In questo studio multicentrico sono stati coinvolti 38 pazienti con un’età media di 61,2 anni trattati con denervazione renale transcatetere tra luglio 2012 e dicembre 2018 in cinque centri toscani: Azienda Ospedaliero- Universitaria Careggi (Firenze), Azienda Ospedaliero-Universitaria Pisana, Azienda Ospedaliero-Universitaria Senese, Fondazione Toscana Gabriele Monasterio per la Ricerca Medica e di Sanità Pubblica – CNR Regione Toscana (Pisa) ed Ospedale di Lucca. Sono stati registrati i dettagli tecnici delle procedure di denervazione e le immagini acquisite tramite procedure diagnostiche in preparazione agli interventi e durante il loro svolgimento. L’efficacia della procedura è stata valutata con un follow-up clinico medio di 5,1 anni e con un follow-up strumentale con 24h ABPM di un anno. Inoltre, durante il follow-up, prolungato fino a settembre 2019, sono state eseguite misurazioni della funzionalità renale e sono state registrate le modifiche della terapia farmacologica fino a 7 anni dall’intervento mediante consultazione delle cartelle cliniche ed interviste ai pazienti. In seguito alla denervazione renale, sono state rilevate diminuzioni statisticamente significative dei valori di PA sistolica (– 10,7 ± 6,0 mmHg) e diastolica (5,3 ± 3,9 mmHg) al 24h ABPM. Inoltre, è stata osservata una diminuzione significativa della terapia farmacologica antiipertensiva (-1,2 farmaci). Non si sono verificate complicanze correlate alla procedura, ad eccezione di due lievi ematomi nel sito di accesso femorale. Non sono state rilevate differenze significative di efficacia analizzando i pazienti in base alla tipologia di catetere utilizzato per l’intervento, all’età, al sesso ed alla presenza di diabete mellito. Conclusioni. I risultati di questo studio confermano l’efficacia e la sicurezza a lungo termine della denervazione renale transcatetere nel trattamento dell’IA resistente. Non sono state individuati parametri clinici o procedurali per identificare pazienti più o meno responsivi alla terapia.


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